CONTEMPORARY ART & ARCHITECTURE MUSEUM: L’ARCHITETTURA “INGOIA SE STESSA”


A Nanchino, in Cina, continua a ritmo sostenuto la costruzione degli edifici previsti dal piano Cipea (China International Pratical Exhibition of Architecture). Si tratta di una nuova area turistica interamente dedicata all’architettura contemporanea, in cui le maggiori firme mondiali dell’architettura hanno progettato ed ora stanno costruendo ville e strutture turistiche.

Sul numero 946 della rivista Domus un articolo di Sam Jacob ne sviscera i più profondi significati, proponendo, a partire da questo piano, un’interessante lettura della condizione contemporanea dell’architettura.

Ne proponiamo un estratto:

Il Cipea conferma, innanzitutto, la condizione dell’architettura come merce: come fosse una cosa che crea valore. In questo caso, il valore generato dall’architettura è trattenuto da soggetti privati, invece di essere speso nell’interesse più ampio della società. In secondo luogo, nello spazio autonomo creato da questo luogo di svago nasce e prospera una certa idea di architettura. All’interno di questo ambito eccezionale vige un patto: accettando di essere concepita come un meccanismo per la creazione di valore privato invece che pubblico, l’architettura può liberamente perseguire il suo insopprimibile sogno specialistico di dare vita a progetti pienamente autonomi da un punto di vista formale. Questo resort è un esempio estremo del compromesso che caratterizza una larga parte dell’architettura contemporanea: rinunciando alla dimensione sociale e politica, essa può realizzare le proprie aspirazioni formali. Abbandonando ogni pretesa di visione totalizzante, l’architettura rafforza la propria possibilità di azione in altre aree. L’accordo porta benefici a entrambe le parti: quanto più l’architettura fa quello che vuole, maggiore è il valore che crea per il cliente.

Dopo Bilbao, la nostra stessa idea di architettura è cambiata, avvicinandosi a quella di un sito web che riversa all’esterno un flusso ininterrotto di belle immagini. Si è accentuata la visione dell’architettura come attività formale autonoma a scapito del suo rapporto con le problematiche politiche e sociali.

Particolarmente acuta la lettura, all’interno di questo contesto, del nuovo museo progettato da Steven Holl

Se il Contemporary Art & Architecture Museum di Holl è un esempio di questa tendenza, essa può anche essere vista come una condizione che può produrre un’architettura fine, straordinariamente bella, strutturalmente ricca e spazialmente interessante. Pur agendo come un’immagine, genera una moltitudine di sensazioni ed esperienze che non sono fotografabili. Il museo pone anche una domanda: che cosa succede, quando trasformi l’architettura in un oggetto museale? Come dobbiamo interpretare un museo, e per di più un museo d’architettura contenuto all’interno di un contesto museale? In questo caso, l’architettura ha ingoiato se stessa, capovolgendosi? L’edificio di Holl, forse, fa allusivamente riferimento proprio a questo.

..aggiorniamo anche con due interrogativi lanciati da Joseph Grima nell’editoriale di Domus 946 scaturiti proprio da riflessioni sul CIPEAChe ne è stato della convinzione che l’architettura potesse migliorare la vita ai grandi numeri? E’ possibile che l’architettura sia ridotta a specie protetta, costretta a chiedere asilo per salvaguardarsi dal sudiciume e dalla grettezza della realtà? (…) Chi progetta oggi può permettersi ambizioni più elevate che non quelle di diventare prigioniero volontario delle riserve d’architettura. L’ambito urbano deve tornare ad essere un progetto incompiuto, ricolmo di infinite possibilità. A costo di sporcarlo, l’Assoluto dell’architettura va riportato in cucina. (dalla citazione di Reyner Banham: Il prezzo da pagare per portare l’Assoluto in cucina è sporcarlo, ndr)