RITORNO ALLA NATURA


Si è concluso da poco il Festival della filosofia di Modena che quest’anno aveva per tema la Natura. Tema scelto non a caso, visto che ormai i giornali, le pubblicità, i mass media ci bersagliano di eco-temi, eco-news, eco-prodotti..la natura come necessità molto sentita, la natura come volontà di ritorno alle origini: in ogni caso, si può affermare che la natura è tornata ad essere un problema reale, vero. Oggi, a pochi anni di distanza da chi profetizzava la totale culturizzazione del mondo, il sopravvento della tékne umana sulla natura, fino al suo totale controllo, la tendenza sembra essersi completamente invertita. Solo una dozzina di anni fa due chimici di spiccco dell’atmosfera, Paul Crutzen e Eugene Stoermer, annunciavano il passaggio ad una nuova epoca storica, l'”Antropocene”, nella quale le condizioni planetarie vengono plasmate dalle attività di origine culturale della specie umana più che da qualsiasi forza naturale. Tutto ciò mentre il post moderno andava dichiarando la fine di ogni pensiero forte proprio poichè sembrava non fosse possibile dimostrare alcuna verità.

E invece eccoci oggi, a distanza di pochi anni, a riconoscere tutti, all’unisono, l’evidenza di una verità: la natura.

Quale sia il fattore che ci ha portati a questo veloce cambiamento di rotta non è cosa semplice da dirsi. Sicuramente hanno influito, a livello di psicosi collettiva, i fenomeni naturali di portata distruttiva che negli ultimi tempi si sono susseguiti con insolita frequenza. Terremoti, cicloni, nubifragi, inondazioni riempiono spesso le pagine dei quotidiani e l’uomo, di fronte a calamità di questa portata, non può che riconoscersi inerme. Per quanto il limite del controllo tecnico sul mondo continui a superare nuove frontiere e ad ampliare la sua potenza, vi è sempre un punto in cui la natura non risulta più ben inquadrabile e quindi gestibile dall’uomo. Proprio per questa sua inafferrabilità ci si impone come termine di confronto, come “altro” che, in forza della sua diversità, ridefinisce il senso del nostro essere qui.

Questo nuovo ruolo che la natura viene a rivestire nel panorama culturale dell’uomo sta rivoluzionando anche il nostro modo di abitare. Le nuove forme dell’abitare rispecchiano la necessità di uno stretto legame con l’esterno. Dei buoni spazi interni non sono più criterio sufficiente per la scelta dell’abitazione, ma sono divenute oggi fondamentali le grandi vetrate aperte sul paesaggio intorno e, possibilmente, anche delle ampie terrazze. Perchè sempre più la casa, e quindi l’abitare, si apre verso la natura intorno, trasformando i giardini in salotti e i terrazzi in “locali-filtro” sospesi tra interno ed esterno. Ne è testimonianza la grande quantità di arredi per esterni prodotta negli ultimi anni: spesso sono elementi “versatili”, che possono trovare spazio tanto in salotto quanto in giardino, suggellando l’ormai avvenuto connubio tra esterno ed interno.

Le tendenze del design e dell’architettura contemporanee stanno ora spingendo alle estreme conseguenze questi concetti. Dal connubio tra natura ed artificio da un lato, e dal riconoscimento della natura come legame fondamentale all’uomo dall’altro, scaturiscono proposte progettuali giudicate fino ad ieri bizzarre ed impensabili: muri verticali ricoperti di erbe, anche negli ambienti interni, edifici interi dissimulati al di sotto di “colline artificiali”, vasi d’erba che contengono ricarica-batterie di strumenti iper-tecnologici… La lista di esempi sarebbe lunghissima: oggetti di design e architetture sono sempre più “pervasi” dalla natura. Oggi “naturale è buono”, come se rendere “verde” una tecnologia la liberi dalla sua irrimediabile portata distruttiva nei confronti dell’umanità. Risvolto etico dunque? L’industria pentita dei danni provocati all’ambiente cerca un riscatto per la sua immagine nell’utopia dell’ecologico? Ma che dire allora di quella natura che i nostri avi avevano cacciato fuori dalla casa e dalle città costruendo muri spessi e ben chiusi verso l’esterno?

La natura un tempo intimoriva, un tempo era un universo-altro, pieno di insidie, che faceva paura e da cui quindi bisognava difendersi. Oggi attraverso la tecnica più avanzata riusciamo ad esercitare un controllo sempre più capillare sulla natura.

Penso alla montagna: l’alpinista ha oggi a disposizione strumenti molto più sofisticati di un tempo per scalare che, sicuramente, aiutano a vincere il senso di precarietà e la paura nell’affrontare l’ambiente-natura. Ma gli ultimi ritrovati tecnici sono, in fondo, solo dei palliativi: il rischio rimane alto nel momento in cui ci si muove nella natura, poichè ci saranno sempre elementi non controllabili (una caduta sassi, un evento atmosferico improvviso, uno strato roccioso incoerente…).

La montagna è solo un esempio di come un più alto livello di sicurezza tecnica non riesca nell’uomo a significare un abbassamento dei livelli di rischio proveniente dalla natura. Perchè allora un tempo la natura ci faceva così paura ed ora non più?

E’ nel concetto di “paura” che si nasconde la differenza essenziale tra ieri ed oggi: un tempo nella “paura” si conservava quella concezione di “timore reverenziale”, di “rispetto del terribile”, che faceva parte del comportamento religioso dell’uomo. Nel momento in cui le forze naturali sono state definitivamente desacralizzate dall’approccio scientifico, hanno perso quell’aurea di potenza pseudo-daimon-ifica che ne imponeva il distacco dall’uomo e dal suo mondo (la casa e la città).

Svuotata della sua carica animistica, la natura ritorna oggi smembrata nelle varie discipline che la compongono: come elemento estetico, ludico, funzionale (eco-logia)…

Del resto già ben prima della nostra epoca scientifico-tecnologica si credeva di piegare la natura al ruolo di “strumento” al servizio dell’uomo. Questa sembra esser stata la sfida di tutta la nostra cultura occidentale: dai greci ai nostri nonni. E il massimo dell’emancipazione, in questo senso, dalle necessità che la materia ci impone, il massimo quindi dell’artificialità, l’abbiamo raggiunto proprio noi, con l’era industriale, prima, e del virtuale, poi. Proprio con il virtuale sembravano concretizzarsi i sogni postmoderni di una vita ormai totalmente culturale, quando…eccoci qua: 2011, ritorno alla natura.

Non un ritorno “strumentale”, però. La strada aperta millenni fa dai greci si sta chiudendo proprio ora, alle nostre spalle. E’ un riavvicinamento alla natura “contemplativo”, in termini, azzarderei, quasi orientali. Del resto gli equilibri geopolitici ed economici ormai sono lampanti: il declino dell’occidente sta diventando una realtà ed anche la nostra cultura, a poco a poco, si ibrida di elementi del pensiero orientale.

Ora, nel rapporto contemplativo con la natura, si ricercano armonia ed equilibrio (termini di filosofie orientali). Così l’utopia abitativa della casa diffusa di Aldo Cibic: una piccola unità autosufficiente in cui l’uomo vive in un sistema armonico ed equilibrato in simbiosi con la natura intorno, curandone la terra in giardini ed orti. “La città degli orti” (questo il nome del suo progetto) è l’affrancamento dal lavorare la terra come fatica e necessità, poichè la natura non è più “strumento” con cui il povero è destinato a procacciarsi il pane, ma è la scelta di un ritorno ad un legame più profondo ed armonico con il mondo.

Khalil Gibran ne “Il profeta” auspicava la venuta del momento in cui l’uomo non si dovrà più chiudere in una città per sentirsi difeso e sicuro, ma potrà vivere isolato nel mezzo della natura: che sia forse arrivato il tempo in cui si avvera la sua profezia?


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