Miraggi: dai 5+1AA a Sauerbruch Hutton

6 agosto 2013 - Milano Contemporanea, News

Domenica pomeriggio a Milano le strade sono vuote. Il termometro dell’auto segna 38°C ed anche il venticello, quello leggero che di solito da’ sollievo, diventa insopportabile. Come un phon acceso puntato sulla nuca. Sto colando, letteralmente.

I più’ sono già scappati dalla città: chi in montagna, chi al mare. I pochi lavoratori rimasti, quelli stacanovisti della giacca e cravatta anche nei metro affollati a 40°C, si trascinano raso-muro dei palazzi, ombre che muovono un po’ le facciate.
Giro la macchina e posteggio. Scendo dall’auto e sento le scarpe affondare nel marciapiede. Non è solo una sensazione: premo un dito nell’asfalto del marciapiede e lascio l’impronta. E’ così caldo che l’asfalto si scioglie o meglio: diventa gommoso.

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Ma la visione di questo grande parallelepipedo di vetro rosso, che sembra sospeso sopra un basamento arretrato e color nero pece, ripaga dello sforzo di esser uscita di casa, affrontando questa torrida domenica d’agosto. E’ l’Open Care alla Frigoriferi Milanesi, opera dei 5+1AA. Per dare unitarietà al fronte stradale dell’edificio hanno studiato questa facciata ventilata, una seconda pelle di lastre di vetro rosso in due tonalità e diversi formati, che la sera si illumina diventando una grande lanterna rossa.
Nel contesto caratterizzato da anonimi condomini, spicca come una rossa pietra preziosa incastonata. Ma non è solo la preziosità del materiale di rivestimento a renderlo tale. Sono le proporzioni contenute, la geometria precisa dei suoi contorni che lo fanno apparire come un segno d’arte astratta, semplice e perfetto, nel caos della periferia.
E considerando il sole a picco sulla mia testa e l’orologio lato strada che si è addirittura appannato c’è quasi da domandarsi: sarà reale o…un miraggio?

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La sera, quando il sole ha ormai abbandonato le posizioni più offensive, mi concedo un altro round di visita, questa volta nella periferia Nord di Milano: il Business Park progettato da Sauerbruch Hutton. Ci arrivo da Via Carlo Imbonati, che pare più una via di una città mediorientale che di Milano, e l’effetto è proprio quello di un’apparizione. Il complesso edilizio, di per sé imponente (32.000 mq), si presenta come un prisma, compatto verso l’esterno ed articolato verso l’interno in percorsi pedonali e corti. Ma le facciate non appaiono imponenti, anzi: la dimensione delle lastre vetrate di rivestimento e la loro policromia ne fanno un’opera dall’aspetto giocoso e misurato.

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Le sapienti combinazioni di colori, qui come in un mosaico, smaterializzano i volumi, trasformandoli in un arcobaleno di luci. Colori caldi nella tonalità del rosa-rosso verso l’esterno dell’isolato e freddi, nella tonalità dell’azzurro-verde verso l’interno. E’ una scatola magica nel mezzo di un quartiere dall’aspetto grigio e trasandato: risplende con i suoi colori riflettenti e per l’astrazione dei suoi volumi. Qui l’astrazione è totale: il rivestimento è di fatto una facciata ventilata, quindi non si interrompe in corrispondenza dei serramenti ma vi si sovrappone. I volumi si presentano così in tutta la loro purezza.

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I pannelli vetrati appaiono colorati perché accoppiati con una pellicola microforata colorata verso l’esterno. Garantiscono così la visuale sul paesaggio urbano intorno ma anche la riservatezza, dall’esterno, sulle attività che si svolgono dentro.
Hanno la funzione di frangisole: possono intatti ruotare su se stessi, a seconda della posizione del sole, creando giochi ottici sempre nuovi.
Una macchina termodinamica con un appeal sensoriale forte, opera esemplare quanto a connubio di estetica e tecnica.

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