Stefano Boeri, Shantaram e lo spirito del moderno.

10 gennaio 2013 - Idee in testa, News

A novembre avevo letto con sconcerto l’allegato della rivista Domus “Sao Paulo Calling”. E’ il manifesto con cui Stefano Boeri, in collaborazione con dei gruppi di ricerca, aveva teorizzato vari progetti di intervento nelle principali favelas del mondo. Non per sostituirle con altre forme di abitazione, più salubri e dotate delle principali infrastrutture, ma attribuendo a quel tipo di costruzione un valore, un’identità. Il manifesto della baraccopoli ne da’  legittimità urbanistica ed edilizia.

Ad una prima lettura mi era sembrato un’eresia. Dire che “Le favelas rappresentano un nuovo modello di urbanizzazione e socialità” , “le favelas sono una città ecologica”, “..sono aree urbane dinamiche di produzione e commercio”…fino a scrivere che “Le favelas sono necessarie” mi aveva fatto sobbalzare.

Un po’ perchè la mia educazione architettonica risente fortemente dello spirito dei grandi maestri della modernità. Immagino che Le Corbusier si girerebbe nella tomba all’idea di dover prendere atto che i suoi grandi progetti urbanistici sono stati nel tempo superati..dalla teoria della baraccopoli. E Le Corbusier si scagliava contro il disordine e l’insalubrità dei centri storici di impronta medievale, non contro il mantenimento degli slums! La modernità come utopia del dare una casa a tutti è purtroppo crollata di fronte ai grandi numeri delle masse umane che ogni giorno fuggono dalle campagne verso le metropoli. Qualsiasi politica economica non sarebbe all’altezza di reggere il peso di tanta edilizia sovvenzionata. Ma la modernità era anche un nuovo umanesimo, che guardava all’uomo non solo come “animale sociale” ma anche come individuo che doveva essere educato alle massime virtù di dignità e salute. Sulla base di questo “uomo nuovo” doveva costruirsi tutta la “nuova società” e su di questa la “nuova urbanistica”.

Altro motivo per cui la teoria delle favelas mi preoccupava era che, anche se solo di passaggio e da dietro le finestre dell’automobile, io le baraccopoli le avevo viste da vicino. E mi avevano sempre fatto provare un insieme di paura e di gran pena per chi vi abita. In ogni caso comunque un gran senso di insicurezza e sporcizia. Lo slum più grande che ho visto, sebbene dall’interno di un’auto in corsa e da una rassicurante strada a scorrimento veloce, è quello situato alla periferia del Cairo, in Egitto. Ci si accorge che ci si sta avvicinando dall’aumento della quantità di sacchetti di plastica che cospargono l’arida terra desertica. Poi si scorge l’immenso cumulo della discarica, una montagna di sacchetti e rifiuti su cui, a ben guardare, sorgono già le prime baracche. Di lì in poi inizia un’immensa distesa di catapecchie, una sull’altra, di lamiere, antenne e stracci. Quella volta erano comparsi in strada dei mendicanti. Anche l’autista non era sembrato molto sereno perchè aveva dato un colpo secco all’acceleratore, due strombazzate col clacson (che lì sembra essere un passatempo) e si era buttato nel traffico caotico del centro.

I progetto illustrato nella rivista riguardava proprio la creazione di una rete di commercio, artigianato e servizi sociali per far incontrare gli abitanti del centro delle metropoli con quelli delle baraccopoli che le vivono intorno. L’intento è socialmente esemplare: far uscire dalla ghettizzazione chi vive negli slums, dando loro una legittimazione. Anzichè minacciare l’abattimento dei loro ripari abusivi, apprezzarne il valore intrinseco di “opere di edilizia informale”. Senza la minaccia della provvisorietà gli abitanti si potrebbero sentire stimolati a valorizzare di più la propria abitazione, investendo magari anche nella sistemazione e pulizia degli spazi comuni. Tutto logico. Ma continuavo a pensare alla reazione dell’autista egiziano…

Poi ho letto “Shantaram”, romanzo autobiografico di Gregory David Roberts, che racconta le sue incredibili avventure in India seguite alla sua evasione da uno dei carceri più duri del mondo. In particolare aveva molto amato e vissuto la metropoli di Bombay, prima aprendo un piccolo ambulatorio gratuito in uno slum, poi lavorando per il principale boss della mafia locale. Nel libro moltissime pagine sono proprio ambientate nello slum. Il tipo di costruzioni, l’organizzazione sociale, i rapporti di vicinato…tutto viene descritto dettagliatamente con lo stile diretto e spigliato che caratterizza la scrittura di G. Roberts. L’atmosfera dello slum viene illustrata così bene che dopo aver letto “Shantaram” mi pareva quasi di esserci stata. Come per l’autore, che alla prima visita era rimasto impaurito e schifato dagli odori e dalla promisquità di vita dello slum, per poi cambiare radicalmente idea dopo averci vissuto del tempo, anch’io attraverso le pagine del libro ho imparato a conoscere ed apprezzare le virtù delle baraccopoli. Perchè in fondo i luoghi in cui ognuno può vedere, e quindi controllare, il vicino sono i più sicuri. Perchè nella povertà si crea una rete di solidarietà disinteressata che solo in uno slum si può trovare. Perchè l’operosità di chi lavora ogni giorno per procurarsi il pane non ha pari. Per tutti questi motivi e mille altri che solo leggendo il libro si possono capire, ho riletto il manifesto “Sao Paulo Calling” e ho compreso le intenzioni di Boeri e di chi ha collaborato al suo progetto.

Ma se almeno si tentasse di proporre un piano-urbanistico-delle-baracche per i terreni che si prevede saranno oggetto di espansione…se almeno la città offrisse le opere di urbanizzazione primaria per quei terreni…se anzichè edilizia sociale la metropoli offrisse materiali edili e prezzi sovvenzionati per chi non può permettersi una casa…

…il mio spirito moderno riemerge. Nonostante tutte le buone intenzioni dell’edilizia informale, nonostante “Shantaram”, mi piace illudermi che siamo ancora in grado in invertire la rotta. Perchè, come scrive Boeri, “se questo trend proseguisse, nel 2050, quando si prevede che la popolazione urbana rappresenterà il 75% dell’intera popolazione del pianeta, avremo 6.750.000.000 cittadini di cui più di 2 miliardi vivranno in slum, favelas, bidonville, baraccopoli, shantytown.”

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